Inside

Non è il solito ristorantino di città, quando si aprono le porte del Ristorante Lotregano, in pieno centro storico a Ferrara,  si respira la storia. Palazzo antichissimo, si viene accolti da un soffitto con travi originali a vista, mentre appena si entra nella sala principale si può ammirare un magnifico affresco del ‘700 ed un Cristo del ‘400.  La location è molto accogliente e suggestiva, soprattutto nel periodo estivo, quando si ha la possibilità di degustare i piatti  nei giardini di Piazza della Repubblica dove si affaccia, maestoso ed elegante, il Castello Estense. Se volete sapere di più sulla storia che avvolge questo luogo, vi invito a proseguire la lettura, con i cenni della storica e letteraria Silvia Villani.

 

 

 

Il vecchio Monte di Pietà di Ferrara

Il Ristorante Lotregano occupa i locali storici del vecchio Monte di Pietà di Ferrara. L’ente era stato fondato da Giacomo Ungarelli Minore Osservante nel 1507, un cinquantennio dopo la comparsa dei primi Monti costituiti su impulso di Bernardino da Feltre, con l’intenzione di essere di sollievo ai poveri della città distribuendo contante a fronte di piccoli pegni e fissando il tasso di prestito al 5%, competitivo rispetto a quelli dei banchi allora esistenti, compresi quelli ebraici. L’attività creditizia era iniziata in un edificio di proprietà Bendedei in via Ripagrande, ma dopo pochi anni il giro si era talmente ampliato da rendere troppo angusti i primitivi locali. Nel 1515 venne a mancare uno dei fattori generali degli Estensi, Teodosio Brugia lasciando per legato testamentario il suo palazzo sulla via della Rotta (attuale via Garibaldi) in angolo con Boccacanale di S. Stefano al Monte di Pietà perché vi trasferisse la sua sede. Il palazzo di via della Rotta era stato costruito nel 1460 da Lodovico Casella consigliere di Borso e in seguito arrivato alla proprietà di Brugia, rimanendo sempre nell’orbita dei potenti cortigiani ducali. Dal primitivo assetto aveva subito diversi accorpamenti di edifici circostanti arrivando a comprendere l’intero isolato da via Boccacanale di S. Stefano a via della Luna, con ripartizione funzionale degli spazi ad uso del pubblico (per impegnare e riscattare) e del personale. Il Monte di Pietà rimarrà in questa sede fino al 1761 quando sarà trasferito nel nuovo edificio appositamente costruito nell’area dell’ex giardino ducale del Padiglione in Largo Castello. La competitività dei tassi praticati attirarono ben presto i nobili cui spesso venivano concessi prestiti senza le adeguate garanzie determinando alla lunga crediti inesigibili che uniti a malversazioni, negligenze e ammanchi perpetrati dal personale causarono fallimenti reiterati del Monte di Pietà con enorme danno per la città e per le fasce più deboli della popolazione. Dopo il fallimento del 1599 seguito alla Devoluzione, il momento critico principale fu il crac del 1646 con chiusura del Monte e strascichi importanti per il tessuto economico della città per un quarto di secolo, fino alla riapertura del Monte di Pietà nel 1671. I responsabili diretti delle malversazioni e ammanchi vennero individuati tra il personale interno, arrivando ad un processo epocale che terminò con condanne capitali una delle quali eseguita proprio davanti al Monte. Per risanare il nuovo Monte di Pietà si ricorse a finanziamenti ad hoc attraverso imposte temporanee pubbliche, comprese le accise su carne, pesce e acquavite. Un momento di grande magnificenza fu la Legazione del cardinale Tommaso Ruffo, di famiglia principesca, che assunse nella sua persona la doppia carica vescovile e legatizia dal 1717 al 1736 con interruzioni. Lascio il suo segno nell’architettura della città, soprattutto con gli imponenti lavori nella Cattedrale e nel palazzo arcivescovile ma anche nei locali del Monte di Pietà che ancora mostrano lacerti di un iscrizione datata 1727 nella trascrizione di Barotti e sormontata dal suo stemma. Notevole anche lo stucco col Cristo in Pietà levantesi dal sepolcro simbolo dei Monti di Pietà e ancora visibile nel soffitto dell’ampio salone.

Silvia Villani